La Marina statunitense vuole droni imbarcati con un’autonomia di 1.000 miglia nautiche

Un velivolo senza pilota MQ-25 di Boeing riceve istruzioni operative sul ponte di volo a bordo della portaerei USS George H.W. Bush (CVN 77). Foto: U.S. Navy / DVIDS
Un velivolo senza pilota MQ-25 di Boeing riceve istruzioni operative sul ponte di volo a bordo della portaerei USS George H.W. Bush (CVN 77). Foto: U.S. Navy / DVIDS

La Marina degli Stati Uniti ha stabilito come obiettivo che la futura generazione di droni tattici imbarcati sulle portaerei sia in grado di colpire obiettivi situati ad almeno 1.000 miglia nautiche dalla nave senza dipendere dal rifornimento in volo.

Il requisito fa parte di una richiesta di informazioni pubblicata dal Naval Air Systems Command (NAVAIR), che cerca proposte per costituire la futura Air Wing of the Future (AWOTF), composta da velivoli con e senza pilota.

I nuovi droni dovranno svolgere un’ampia varietà di missioni, tra cui guerra di superficie, attacchi contro obiettivi terrestri, guerra antisommergibile, difesa aerea, guerra elettronica, intelligence, ricognizione, mobilità e supporto logistico.

USS Theodore Roosevelt (CVN 71). Foto: U.S. Navy / DVIDS
Portaerei della classe Nimitz – USS Theodore Roosevelt (CVN 71). Foto: U.S. Navy / DVIDS

Oltre all’elevata autonomia, la Marina richiede che i progetti siano compatibili con le portaerei delle classi Nimitz e Ford, occupino meno spazio sui ponti e possano essere integrati con gli attuali sistemi di controllo dei velivoli senza pilota.

I produttori dovranno inoltre presentare soluzioni dotate di un elevato livello di autonomia, capaci di svolgere compiti come il decollo e l’appontaggio sulle portaerei, la modifica della missione durante il volo, l’elusione delle minacce e persino il rifornimento in volo automatizzato.

MQ-25 Stingray. Foto: DVIDS
MQ-25 Stingray. Foto: DVIDS

La proposta fa parte dello sforzo volto a sostituire gradualmente gli attuali stormi aerei basati su caccia di quarta generazione con una forza composta da velivoli di quinta e sesta generazione operanti insieme ai droni.

Secondo la Marina, l’aumento dell’autonomia è considerato essenziale di fronte all’espansione delle capacità antinave degli avversari, che obbligano le portaerei a operare sempre più lontano dalle zone di combattimento. Droni dotati di grande autonomia estenderebbero il raggio operativo dei gruppi d’attacco delle portaerei, ridurrebbero la dipendenza dagli aerei cisterna e aumenterebbero la capacità di sopravvivenza nei conflitti ad alta intensità.

Il requisito si avvicina inoltre agli obiettivi stabiliti per i futuri caccia di sesta generazione della Marina e segue iniziative simili già annunciate dall’Aeronautica militare degli Stati Uniti per i suoi nuovi caccia e droni da combattimento collaborativi.

Un velivolo da combattimento collaborativo YFQ-42A di General Atomics decolla durante prove di volo presso un sito di test in California. Foto: DVIDS
Un velivolo da combattimento collaborativo YFQ-42A di General Atomics decolla durante prove di volo presso un sito di test in California. Foto: DVIDS

Sebbene l’MQ-25 Stingray sia il primo drone imbarcato della nuova generazione e dovrebbe entrare presto in servizio, la Marina sta ancora definendo le caratteristiche dei futuri Collaborative Combat Aircraft (CCA). Aziende come Anduril, Boeing, General Atomics e Northrop Grumman stanno già sviluppando progetti per questi velivoli, compresi modelli capaci di operare dalle portaerei e persino da altre navi grazie al decollo e all’atterraggio verticali.

La nuova richiesta di informazioni conferma che la forza navale sta ancora perfezionando la propria strategia, ma mantiene l’obiettivo che in futuro oltre il 60% dei velivoli imbarcati sia senza pilota, aumentando significativamente l’autonomia e la capacità di combattimento dei gruppi navali statunitensi.

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Fonte: The War Zone | Foto: U.S. Navy / DVIDS | Questo contenuto è stato creato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisionato dalla redazione

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